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Niccolò Machiavelli sviluppa una teoria politica e istituzionale della gratitudine pubblica repubblicana. La mia ricerca analizza il rapporto tra gratitudine, premi pubblici, ambizione, bene comune e libertà repubblicana nel pensiero politico di Machiavelli.

In attesa della pubblicazione del saggio Machiavelli’s Gratitude (inserito nel volume curato da Alessio Panichi e Valentina Serio, Machiavelli and the Anatomy of Passion, Brill, Leiden-Boston, pp. 266-289) nel 2024 ho avuto il piacere di discutere i principali temi affrontati in occasione del convegno annuale dell’Associazione Italiana di Storia del Pensiero Politico, tenutosi all’Università Cattolia di Milano.

Il saggio “Machiavelli e la gratitudine pubblica repubblicana. Una teoria politico-istituzionale per il bene comune” esplora il tema, ancora poco indagato, della gratitudine nel pensiero politico di Niccolò Machiavelli. Attraverso l’analisi di alcuni capitoli dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, si ricostruisce il percorso teorico con cui Machiavelli risemantizza in chiave civile e repubblicana l’idea di gratitudine.
La tesi sostenuta è che Machiavelli delinei una vera e propria teoria politico-istituzionale della gratitudine pubblica, fondata sul riconoscimento dei meriti attraverso onori, premi e pratiche pubbliche di reputazione. In una repubblica non corrotta, tali strumenti permettono di orientare la naturale ambizione degli uomini verso il beneficio comune, trasformando il desiderio di gloria e riconoscimento in una risorsa per il vivere libero.
Al contrario, quando la repubblica non sa ricompensare pubblicamente i cittadini meritevoli, l’ambizione tende a cercare soddisfazione attraverso vie private, favorendo clientelismo, corruzione e distruzione della libertà repubblicana. Il saggio mostra così come, in Machiavelli, la gratitudine non sia soltanto una virtù morale o privata, ma una pratica istituzionale decisiva per la conservazione della repubblica.

Leggi liberamente “Machiavelli e la gratitudine pubblica repubblicana”.

Niccolò Machiavelli develops a political and institutional theory of republican public gratitude. My research examines the relationship between gratitude, public rewards, ambition, the common good, and republican liberty in Machiavelli’s political thought.

While awaiting the publication of my essay Machiavelli’s Gratitude—included in Machiavelli and the Anatomy of Passion, edited by Alessio Panichi and Valentina Serio (Brill, Leiden–Boston, pp. 266–289)—in 2024 I had the pleasure of discussing its main themes at the annual conference of the Italian Association for the History of Political Thought, held at the Università Cattolica in Milan.

The essay “Machiavelli e la gratitudine pubblica repubblicana. Una teoria politico-istituzionale per il bene comune” explores the still largely neglected theme of gratitude in Niccolò Machiavelli’s political thought. Through an analysis of several chapters of the Discourses on Livy, it reconstructs the theoretical process by which Machiavelli recasts the idea of gratitude in civic and republican terms.

The central argument is that Machiavelli develops a genuine political and institutional theory of public gratitude, based on the acknowledgment of merit through honors, rewards, and public recognition. In an uncorrupted republic, such instruments make it possible to channel the natural ambition of human beings toward the common good, transforming the desire for glory and recognition into a resource for sustaining a free political life.

Conversely, when a republic fails to reward deserving citizens publicly, ambition tends to seek satisfaction through private channels, fostering clientelism, corruption, and the destruction of republican liberty. The essay thus shows that, in Machiavelli’s thought, gratitude is not merely a moral or private virtue, but an institutional practice essential to the preservation of the republic.

Read Machiavelli e la gratitudine pubblica repubblicana open access

Il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, in collaborazione con “Politics. Rivista di Studi Politici”, organizza il 20 dicembre 2024 il convengo “Political Thought in Context? Metodologie, epistemologie, canone”.

Il convegno si pone l’obiettivo di contribuire al dibattito sullo statuto epistemologo e sul canone del pensiero politico, favorendo una riflessione plurale tesa ad interrogare criticamente alcuni dei pilastri della Storia del pensiero politico.

Introduce: Diego Lazzarich

Keynote speakers: Gianfranco Borrelli e Maurizio Viroli.
Parteciperanno inoltre: A. Arienzo, M. Cariello, C. Calabrò, C. Cassina, A. Clerici, M. De Chiara, F. Di Sciullo, M. Filippini, M. Griffo, L. Mitarotondo, M. P. Paternò, M. Picardi, S. Pupo, G. Ruocco, F. Russo, P. Sebastianelli, S. Visentin, A. Vinale.

Il convegno si svolge con il patrocinio di: Associazione Italiana di Storia del Pensiero Politico, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Regione Campania.

Responsabile scientifico e organizzativo: Diego Lazzarich

In occasione dei dieci anni dalla fondazione, Politics. Rivista di Studi Politici intende pubblicare un numero monografico per avviare una prima riflessione sulle metodologie e sullo statuto epistemologico della Storia del pensiero politico.

Per approfondire, visitare il link: https://rivistapolitics.eu/home/cfp/cfp22/

Io e Alberto de Sanctis abbiamo curato il numero monografico di Politics. Rivista di Studi Politici intitolato “Pensiero politico ecologista: storie e genealogie”.

Il n. 19 (1/2023) della rivista ospita i contributi di: Jacopo Bonasera, Patricia Chiantera-Stutte, Michele Garau, Giorgio Grimaldi, Alessandro Laganà, Carlo Marsonet, Lorenza Perini.

Tutti gli articoli sono consultabili liberamente attraverso il sito we della Rivista: https://rivistapolitics.wordpress.com/numeri/numero19/

A partire dai primi anni ’60 del secolo scorso, le questioni ambientali hanno assunto una crescente rilevanza nel dibattito teorico-politico, determinando un’innovativa integrazione con alcune delle principali dottrine e filosofie politiche esistenti. Eco-socialismo, eco-marxismo, eco-pacifismo, eco-femminismo, ecologismo libertario, liberalismo verde, cattolicesimo dell’ecologia integrale sono solo alcune delle articolazioni assunte da questo nuovo pensiero politico ecologista nel corso dei decenni successivi, a dimostrazione dell’importanza ricoperta dai temi ambientali nelle varie culture politiche.

La call for papers per il n. 19 (1/2023) mira a raccogliere due tipi di contributi differenti: da una parte, s’intende sollecitare l’individuazione di percorsi genealogici capaci di cogliere il momento di ridefinizione concettuale del rapporto uomo-ambiente, dalla Rivoluzione industriale in poi, e le sue ricadute sulla teoria politica; dall’altra, s’intende sollecitare l’invio di contributi tesi a tracciare una storia del pensiero politico ecologista, così come si è articolato a partire dagli anni ’60 del Novecento fino ai giorni nostri.

Per sottoporre una proposta occorre inviare un’email a cfp@rivistapolitics.eu con allegato un file contenente: titolo; nome del/lla proponente; descrizione (massimo 250 parole); bibliografia essenziale (massimo 5 riferimenti); breve biografia. Tutte le proposte saranno valutate dal comitato scientifico e solo successivamente sarà richiesto l’invio dell’articolo completo.

Per ulteriori informazioni, cliccare qui.

Su Il Foglio del 10/3/2020, a pag. 3 c’è una recensione del mio libro Gratitudine politica I: dall’età classica al Medioevo, Mimesis, Milano, 2019, a firma di Giuseppe Perconte Licatese.

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Segue il testo dell’articolo.

Nel Critone, l’argomento che convince Socrate a non sottrarsi alla condanna è portato dalle Leggi personificate, che ricordano a lui il debito che ha verso di loro per essere stato generato ed educato come cittadino ateniese. Nell’ideologia repubblicana di Cicerone la patria diventa la “genitrice più antica” che dispensa i benefici maggiori e a cui sono orientati i più alti doveri dei cittadini/figli. All’uomo medievale sarà insegnato a essere grato a Dio e anche al proprio superiore terreno, sia spirituale sia temporale, cui è dovuta obbedienza nel quadro di un ordine politico naturale e provvidenziale.

Questo è solo uno dei percorsi possibili delineati a partire dalla feconda intuizione che la gratitudine ha profondamente a che fare, in Occidente, con l’obbligazione politica. Prima della sua privatizzazione moderna, che l’ha ridotta a (libero) sentimento, la gratitudine è stata costantemente teorizzata e incoraggiata come virtù legata alla giustizia e come dovere di restituzione. Diego Lazzarich ne ha percepito l’importanza per contrasto, osservando che – come sarà approfondito nella seconda parte di questa ricerca – l’emancipazione dei filosofi moderni (ad esempio in Locke) passa attraverso legami contrattuali volti anche a depotenziare i vincoli, sempre in fondo indeterminati e inestinguibili, della gratitudine, per liberare la politica dalla matrice del rapporto genitori-figli e dall’arbitrarietà del dono dei superiori agli inferiori.

Seguire le tracce della gratitudine nel pensiero politico occidentale porta a confrontarsi, in queste pagine, con linguaggi e concetti differenti, abbandonando le categorie nette (diritto/politica, privato/pubblico) dello Stato moderno. Presso i Greci, al centro del discorso c’è la charis, parola numinosa che denota il bene dato e ricevuto sia nei rapporti tra uomini e dèi sia in quelli tra uomini, dove la politica interna è teorizzata, con Aristotele, come parte della philìa (amicizia). La charis gioca inoltre un ruolo nella tessitura delle alleanze di politica estera – per non citare il discorso di Pericle riportato da Tucidide, in cui Atene presenta il proprio come un impero benefico. Quella romana è una società di patroni e clienti legati dalla gratia, e le istituzioni elaborano, come attesta Livio, il rendimento di grazie come atto pubblico (per i soldati in guerra, per l’operato dei magistrati). Il potere vuole gratitudine, ma è sempre accompagnato dall’ombra della sua mancanza, come nel caso emblematico del dittatore Furio Camillo, esiliato benché abbia difeso Roma dai nemici.

Gratitudo sarà, infine, lemma tardomedioevale; ma che operi capillarmente fin da subito lo dice anche solo il fatto che il feudo era detto beneficium. Il cristianesimo ha intanto esaltato e trasfigurato – in particolare con la riflessione di Agostino – l’idea della gratia, che ora discende dall’unico vero Dio, offre la salvezza dell’anima ed è mediata in primo luogo dal pontefice e dal clero. Il medioevo si rivela così essere anche il periodo in cui l’autorità temporale lotta per affermare la propria ingratitudine ovvero indipendenza da ogni concessione ecclesiastica, e anzi, come in Marsilio da Padova, per rovesciare i ruoli di beneficato e benefattore.

Questa originale ricerca storica riporta alla luce una concezione politica (e innanzitutto antropologica) antecedente al liberalismo moderno, per la quale, come l’autore dice richiamando l’idea di communitas di Roberto Esposito, nessuno è completamente padrone di se stesso e il legame politico unisce persone che non sono in diritto bensì in debito le une verso le altre.

Mercoledì 19, h. 11, seminario di Carlo Galli su “Sovranità: corsi e ricorsi”.
Il programma prevede: Saluti del Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche “Jean Monnet”, Pasquale Femia, e del Coordinatore del Dottorato di ricerca in Diritto Comparato e Processi di Integrazione, Domenico Amirante.

Mia introduzione e discussione con gli interventi programmati di Diego Giannone e Federica Liveriero.

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Seminario di John P. Mc.Cormick (University of Chicago).

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Su Storia del pensiero politico (1/2018), il mio saggio “Filmer, Locke e il problema della gratitudine politica”.

Il link: https://www.rivisteweb.it/issn/2279-9818