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E’ stato appena pubblicato per Routledge il volume Translating Worlds. Migration, Memory, and Culture, a cura di Susannah Radstone e Rita Wilson.

Il volume ospita anche un mio saggio intitolato “Foiba: Genealogy of an Untranslatable Word” in cui opero un’analisi genealogica del termine-concetto “foiba” e ricostruisco i processi di mediazione e articolazione che hanno portato alla formazione dell’attuale significato, fino alla sua (problematica) inclusione nella memoria pubblica della Repubblica italiana.

ABSTRACT: “This essay traces the history of the Italian word foiba, analysing how its meaning has changed, from a Karstic sinkhole to a common grave, over the second half of the 20th century, to then become the symbol of the tragedy of the exodus of the Italian-speaking population from the Venezia-Giulia region, and of the identity of those who became exiles. Adopting a genealogical approach, my aim is to show how such a process of re-signification is connected to a continuous polemical process of mediation and articulation. Such a process was (partly) interrupted with the inclusion, in 2004, of the Venetian-Giulian diaspora within Italian public memory, thanks to the institution of the Giorno del ricordo (‘Day of Remembrance’), and the resulting inclusion of the memory of the exiled in the Italian public sphere. Finally, the essay proposes the thesis that foibais a politically untranslatable term because it points to a linguistic-cultural horizon that is intrinsic to the production of national identity.”

Il link alla pagina web della Routledge: https://www.routledge.com/Translating-Worlds-Migration-Memory-and-Culture/Radstone-Wilson/p/book/9780367111250

Sulla terza pagina dell’Avvenire del 20 marzo 2020 (p. 15) un articolo di Davide Gianluca Bianchi intitolato “Si scrive gratitudine si legge clientelismo”, in cui si parla del mio Gratitudine politica I: dall’età classica al Medioevo, Mimesis, Milano, 2019.

Clicca qui per scaricare l’articolo.

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Su Il Foglio del 10/3/2020, a pag. 3 c’è una recensione del mio libro Gratitudine politica I: dall’età classica al Medioevo, Mimesis, Milano, 2019, a firma di Giuseppe Perconte Licatese.

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Segue il testo dell’articolo.

Nel Critone, l’argomento che convince Socrate a non sottrarsi alla condanna è portato dalle Leggi personificate, che ricordano a lui il debito che ha verso di loro per essere stato generato ed educato come cittadino ateniese. Nell’ideologia repubblicana di Cicerone la patria diventa la “genitrice più antica” che dispensa i benefici maggiori e a cui sono orientati i più alti doveri dei cittadini/figli. All’uomo medievale sarà insegnato a essere grato a Dio e anche al proprio superiore terreno, sia spirituale sia temporale, cui è dovuta obbedienza nel quadro di un ordine politico naturale e provvidenziale.

Questo è solo uno dei percorsi possibili delineati a partire dalla feconda intuizione che la gratitudine ha profondamente a che fare, in Occidente, con l’obbligazione politica. Prima della sua privatizzazione moderna, che l’ha ridotta a (libero) sentimento, la gratitudine è stata costantemente teorizzata e incoraggiata come virtù legata alla giustizia e come dovere di restituzione. Diego Lazzarich ne ha percepito l’importanza per contrasto, osservando che – come sarà approfondito nella seconda parte di questa ricerca – l’emancipazione dei filosofi moderni (ad esempio in Locke) passa attraverso legami contrattuali volti anche a depotenziare i vincoli, sempre in fondo indeterminati e inestinguibili, della gratitudine, per liberare la politica dalla matrice del rapporto genitori-figli e dall’arbitrarietà del dono dei superiori agli inferiori.

Seguire le tracce della gratitudine nel pensiero politico occidentale porta a confrontarsi, in queste pagine, con linguaggi e concetti differenti, abbandonando le categorie nette (diritto/politica, privato/pubblico) dello Stato moderno. Presso i Greci, al centro del discorso c’è la charis, parola numinosa che denota il bene dato e ricevuto sia nei rapporti tra uomini e dèi sia in quelli tra uomini, dove la politica interna è teorizzata, con Aristotele, come parte della philìa (amicizia). La charis gioca inoltre un ruolo nella tessitura delle alleanze di politica estera – per non citare il discorso di Pericle riportato da Tucidide, in cui Atene presenta il proprio come un impero benefico. Quella romana è una società di patroni e clienti legati dalla gratia, e le istituzioni elaborano, come attesta Livio, il rendimento di grazie come atto pubblico (per i soldati in guerra, per l’operato dei magistrati). Il potere vuole gratitudine, ma è sempre accompagnato dall’ombra della sua mancanza, come nel caso emblematico del dittatore Furio Camillo, esiliato benché abbia difeso Roma dai nemici.

Gratitudo sarà, infine, lemma tardomedioevale; ma che operi capillarmente fin da subito lo dice anche solo il fatto che il feudo era detto beneficium. Il cristianesimo ha intanto esaltato e trasfigurato – in particolare con la riflessione di Agostino – l’idea della gratia, che ora discende dall’unico vero Dio, offre la salvezza dell’anima ed è mediata in primo luogo dal pontefice e dal clero. Il medioevo si rivela così essere anche il periodo in cui l’autorità temporale lotta per affermare la propria ingratitudine ovvero indipendenza da ogni concessione ecclesiastica, e anzi, come in Marsilio da Padova, per rovesciare i ruoli di beneficato e benefattore.

Questa originale ricerca storica riporta alla luce una concezione politica (e innanzitutto antropologica) antecedente al liberalismo moderno, per la quale, come l’autore dice richiamando l’idea di communitas di Roberto Esposito, nessuno è completamente padrone di se stesso e il legame politico unisce persone che non sono in diritto bensì in debito le une verso le altre.

E’ stato appena stato pubblicato il mio nuovo libro Gratitudine politica I: dall’età classica al Medioevo, Mimesis, Milano, 2019, pp. 224.

La ricerca, iniziata all’incirca nel 2014 con l’intento di operare una ricostruzione del modo in cui i vincoli di gratitudine sono stati teorizzati nella storia del pensiero politico moderno, si è poi espansa allargando il raggio dell’analisi anche all’origine del pensiero politico occidentale. La presente monografia è il risultato di quest’apertura di orizzonte ed è la prima parte di un progetto che intende articolarsi in due volumi.

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